martedì 21 febbraio 2023

Le civette impossibili

 


Le civette impossibili


In treno a Milano. Parto per la Puglia. Avevo comprato alla libreria Feltrinelli Express, qui in Stazione Centrale, “Queer”, di William S. Burroughs. Il cassiere delle Feltrinelli dopo che avevo pagato, mi dice, buon Burroughs, grande scrittore. Ho letto quasi tutto, gli dico. E' tutto buono, Burroughs, tutto, replica. Sorride come Joker, pazzamente. Mi saluta.


Sul treno, un Frecciarossa, salgo con calma. Non c'è la solita scia di persone che assalta il treno come la diligenza della vita. Come se rischiasse di non trovare posto. Salgo con calma con il mio trolley rosso fuoco. Carrozza 7, posto 13 d. E' una di quelle carrozze aperte con tavolini a libro davanti a 4 posti due di fronte agli altri due. In tutto una ventina di posti. Metto il bagaglio nel porta bagagli in alto e siedo comodamente. Mi ero tolto il giubbotto verde militare che era stato di mio padre ( mi piace indossarlo, mi dà sicurezza), lo piego e lo metto a fianco al trolley. Scompartimento semivuoto. Passano alcuni passeggeri diretti verso altri vagoni-sono saliti sulla prima carrozza del treno, magari temevano che partisse senza il loro prezioso carico-. Resto solo. A questo punto si approssimano tre passeggeri che manovrano fra bagagli e carabattole prima di sedersi. Una donna avanti con gli anni, bionda, occhiali spessi come fondi di bottiglia, ravana nel suo zainetto lamentandosi di aver scordato un libro che stava finendo di leggere. Parlava di alcune donne che raccontavano le proprie vite. Rovista ancora nervosamente nello zainetto, ma proprio non lo trova, il suo libro. Al suo fianco un uomo, sulla sessantina, giacca blu, pantaloni blu, maglioncino che lascia sporgere il collo di una camicia bianca, scarpe di cuoio di ottima fattura. Probabilmente il marito della signora che ha dimenticato il libro. Poi, dietro di loro, sopravviene un tizio, sui 40 anni, semiobeso, occhialuto ( bella montatura, come di tartaruga, in sintonia con le sue movenze). Mentre la signora tira fuori un pacchetto regalo non capisco bene per chi, il tizio panciuto, barba incolta blasè, guizza su con una vocina da soprano, oh che bello, oh che bello, oh che bello. Poi si volta. E mi osserva. Forse per imbarazzo. Io con occhiali da sole a specchio sono immerso nella lettura di Burroughs. Lo guardo appena in tralice. Lui e la donna continuano a parlare con eloquio forbito e affettato. Beh, fa lei, ho scordato il libro, mi vedrò un film, che posso fare. L'uomo brizzolato in blu tira fuori da qualche parte una copia del Corriere della Sera. Continuano a parlare, Ricevo una telefonata da Synthia. Lo squillo lo disturba visivamente. L'uomo che fa di tutto per far notare il suo fastidio continua a conversare con i suoi due compagni di viaggio. Parlano di musei. Forse lavorano nel ramo. Il background , c'è: vera copia cartacea del Corriere della sera. La signora e il più giovane, continuano a parlare. Parlano di un museo che gestiscono in centro, a Milano. Vogliono organizzare delle mostre in Puglia. A Trani, mi pare di capire. Squilla ancora il cellulare. Il brizzolato mi fulmina con lo sguardo. Dev'essere che lo squillo di un cellulare dà più fastidio che discutere di mummie, deduco. Non sono informato sulle regole del bon ton ferroviario. Il giovane posa un portatile sul tavolino di fronte e lo apre. Comincia a parlare di lavoro con la donna. Il brizzolato in blu scorre le pagine del Corriere. “Cava, hai chiuso il gas pvima di uscive?” Fa civettuolo verso la moglie. Squilla un altro cellulare. Il brizzolato mi guarda in cagnesco. Poi si accorge che non è il mio. Io lo guardo e sorrido. A volte non devi dire niente per incorrere nel comico. Basta aspettare. E' il karma dei perbenisti. Le regole valgono per gli altri. Li ucciderebbero perchè rispettino le regole...ma in quanto a loro...si danno un ampio beneficio dell'inventario. L'uomo col salvagente incorporato si dà da fare nella conversazione. La donna deve essere una specie di suo capo. Con il pc portatile aperto davanti parla di organizzare delle guide al museo coinvolgendo delle scuole. Parla di action plane. Infarcisce di termini inglesi. Il brizzolato nel frattempo è immerso nella lettura del Corriere, proprio come seppellito nelle notizie. Tutte le volte che El gordo dice action plane le mummie egizie perdono un pezzo che si trasforma in sabbia. Ma lui non lo sa. Il brizzolato riceve una telefonata e , CAZZO, ha la suoneria anche lui. Lo guardo ridendo, proprio sghignazzando. Lui incassa il colpo e distoglie lo sguardo. Anche El gordo riceve una telefonata. Ha il pc portatile aperto, il cellulare in azione, la cerniera dei pantaloni aperta. Non trovo una relazione fra tutte queste cose. Burroughs cosa direbbe, osservando fuori dal finestrino, deserto, cactus e avvoltoi? El Gordo brevetta un nuovo metodo di termoregolazione! Il brizzolato termina la sua telefonata. Mi osserva fintamente di sfuggita con odio. E il bello è che io sto scrivendo di loro, dipingendoli con la penna. Come se stessi facendo il loro ritratto. Solo con le parole. Cosa avrà mai da scrivere così tanto quel tizio? E su un quaderno a quadretti, poi. Sicuramente non lo chiamerà mai un museo, sto dozzinale...

Sorrido mentre scrivo queste cose. El gordo riceve un'altra telefonata. Sta combinando una degustazione al museo, di vini, per San Valentino. Su prenotazione e con visita guidata. Mentre combina questi appuntamenti al telefono, mette una mano in una borsa che ha poggiato sul sedile che ha di fianco. Tira fuori un cioccolatino e lo fa scomparire in bocca avidamente. Ha un po' la voce da checca, lo devo dire. “ La sfida, cocca, dice al telefono, è quella di costringere il tuo ragazzo a venire da noi al museo per il giorno di San Valentino”. Il cara, il cocco, la gioia e i tesoro, sono ormai sdoganati, nel linguaggio comune, e si sente il bisogno di “eccheccazzo!” Le donne lo richiedono, ormai. Il brizzolato ha passato il Corriere alla moglie. Non il pacchetto azionario, la copia del giornale. Ha tirato fuori dal trolley firmato Tutankhamon, un libro. Il brizzolato sta leggendo “Le civette impossibili”, di Brian Phillips. Mai letto niente di questo scrittore. Spero che rispetti l'Amazzonia e si impegni a pubblicare libri così importanti da giustificare l'abbattimento di alberi per farne carta. Leggo sul mio telefonino la sintesi di “Le civette impossibili”. L'autore sembra uno che viaggia molto e racconta le sue vicende che vanno dalle tigri della Malesia alle diete dei sumotori. Il brizzolato deve essere un lettore archetipico di questo tipo di autori. Uno che spolvera teche e intorta visitatori con eloquio cimiteriale ha bisogno di azione, di viaggiare con la mente perchè il suo corpo è a leasing con un imbalsamatore egizio.


Qualche ora dopo il brizzolato, con la moglie, muovono verso il bar ( due carrozze più avanti), mentre El gordo prende dalla sua borsa posata a fianco un pezzo di focaccia lumperproletaria. Anch'io vado verso il bar. Dove ritrovo i nostri amici del museo in coda al bar per un paio di tost e di lattine di acqua minerale gasata. Si siedono a lato carrozza bar e consumano i loro tost con la faccia rivolta fuori dai finestrini dietro i quali si scorgono capannoni industriali dell'Emilia Romagna. Mentre sono in coda con vari altri passeggeri, la maggior parte dei quali giovani impazienti in attesa spasmodica succogastrica da algebra del bisogno ( Burroughs c'entra sempre), lui, il brizzolato, con discrezione, dall'alto dei suoi due metri , come un'Himalaya umana con le vette tricologicamente innevate, si avvicina all'omino del bar -che è un anziano che assomiglia ai vecchietti alcolizzati dei film western con John Wayne-e, sempre con discrezione gli chiede di provvedere ai caffè inclusi nel menu fisso di 7,50 euro. Io nel frattempo prendo una birra e una confezione di acqua tetrapakkata ( e Gadda muto). Mentre ritorno al mio scompartimento seguendo gli amici del museo, mi chiedo perchè non viaggino in prima classe. La prima classe è una cosa da parvenus, dozzinale, “pev un viaggio così bveve, cava, non ne valeva la pena!...Ca va sans dire che non pagava il museo, cava”...


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