Non vorrei trovarmi in prima serata.
Pranziamo da Veleno, a Montalbano, un ristorante molto quotato in questi lidi brindisini. Vengono qui un po' da tutte le parti della Puglia. E' domenica e il ristorante si riempie. Entrando tutti i camerieri, il pizzaiolo, il patron, un personaggio dalla pancia prominente che sembra uscito dai fumetti di Andy Capp, stanno guardando la Tv. Ascoltano la canzone di Mengoni che ha appena vinto il festival di Sanremo. Ne stanno mostrando un estratto in Tv. Commentano fra loro. Uno dei giovani aiutanti di sala sta dicendo, canta la stessa canzone da 10 anni. Come se fosse una colpa indelebile, una macchia artistica. In Tv i commentatori parlano di trionfo, applausi e cotillons. Io sono uno che scrive e sono molto attento alle parole e le canzoni sono fatte di parole. Ad un certo punto nel testo della canzone, proprio nel passaggio che stanno mostrando in Tv, in quel momento, ascolto distintamente questo passaggio:
siamo un libro sul pavimento
in una casa vuota che sembra la nostra
il caffè col limone contro l'hangover
sembri una foto mossa
e ci siamo fottuti ancora una notte
fuori un locale
e meno male...
Si guardano tutti in faccia, lì all'ingresso del ristorante. Momento di silenzio. Si stanno chiedendo se hanno capito bene. Il paese non se lo chiede, credo. Il paese non si fa più domande da sempre. Credono a tutto quello che dice Mamma Tv. Mamma Rai. Ha vinto, l'hanno votato, quindi è bravo. E se fossero due uomini quelli che si sono fottuti? Non sarebbe stato Mengoni degno di un capolavoro di comunicazione da spy story? Per un momento penso ad un complotto gender fluid e non faccio parte del governo Meloni. Fuori un locale e meno male...Ci sediamo ad un tavolo per due, con mia madre. Ci servono un antipasto casereccio con i fiocchi ( non d'avena, quelli li lasciamo a Biden) e braciole d'asina. Fuori un locale e niente vegetariani.
Durante tutto il pranzo alle spalle di mia madre c'è una coppia con una figlioletta seduta ad una sedia provvista di seggiolone. Il marito sta di fronte alla moglie che mi dà le spalle con la figlioletta. Lui dichiara di essere un ingegnere. Alla moglie. Forse non se n'era accorta. Poi fra un boccone e l'altro, l'ingegnere è una fabbrica di parole: spiega alla moglie come si è fatto un know how, descrive lo studio di un ingegnere, forse il suo studio. Infarcisce il discorso di termini aziendalesi inglesi e qualche intercalare barese. Gadda inconsapevole. La moglie ascolta o finge di ascoltare. Infila tra un input e un output in bocca alla bambina bocconi di braciola d'asina. L'ingegnere continua con il suo monologo. “ Anche perchè con quel lavoro che ho fatto, lo sai anche tu, mi hanno dato una miseria”, sta dicendo alla moglie. La moglie lo osserva. Quale lavoro? Gli chiede. Lui mangia un boccone. Poi comincia a spiegare di che lavoro si trattava. Un lavoro di alta ingegneria in una villa in un non meglio precisato luogo nei pressi di Monopoli. Le braciole d'asino nel suo piatto, stanno sedute, stanche di attendere di finire in bocca. Il fumo che viene dal piatto significa che stanno sbuffando. Ad un tratto la donna mette una mano nella borsa sulla sedia a fianco, tira fuori una pistola. Una luger. La punta sul marito e spara. Pezzi di cervello cadono nei piatti. La bambina ne agguanta un pezzo e se lo mangia. Ma si accorge che non sa di niente e lo sputa. Mia madre mi sta parlando di certi fiori che attirano la sputacchina, un insetto che porta la xylella agli ulivi e che piantati intorno agli alberi secolari potrebbero salvarli. Che stai pensando, mi chiede ad un certo punto. Niente, Ma', sto pensando ad un racconto di genere horror. Sorride. Poi mi chiede, cosa guardavano quelli all'entrata in Tv? Niente, Ma', guardavano Sanremo. Ah, Sanremo, non lo posso sentire. Se non vi dicessi che la frase è legata alla sua lieve ipoacusia potrebbe sembrare una velata critica all'evento più seguito degli italiani. Fate conto che non abbia scritto niente riguardo alla lieve ipoacusia di mia madre e sarà proprio così.
Dopo pranzo , in macchina, andiamo verso il Dolmen, una costruzione neolitica che risale a duemila anni prima di Cristo. Facciamo un po' di strade anguste nel borgo di Montalbano. Mi fermo per chiedere indicazioni ad un tizio sulla trentina che sta uscendo dalla sua auto appena parcheggiata. Si dilunga nello spiegarmi la strada mentre mia madre, seduta a fianco, mi sta dicendo che lei conosce la strada. Che c'è stata molte volte. Chiudo il finestrino dopo aver ringraziato l'Azienda Autonoma Vagante dell'automobilista appena incontrato. Lo so, faccio a mia madre, volevo parlare con qualcuno del posto, mi piacciono gli accenti. Ah, fa, e che ha detto? Non ho capito granchè, ma l'accento era musicale. Proseguiamo, due incroci, due tratturi fra gli ulivi e troviamo il Dolmen. Come arrivarci è molto ben segnalato dai cartelli stradali. Con la macchina mi fermo vicino ad una casa di campagna, in mezzo ad un uliveto. Mia madre resta in macchina. A fianco alla casupola, in mezzo gli ulivi, c'è questa casetta costituita da tre lastroni di pietra tufacea. Due sono le pareti laterali e un'altra il tetto. Come faccia a stare in piedi è un miracolo di ingegneria. Mi verrebbe da tornare e chiedere all'ingegnere del ristorante. Se è ancora vivo! Giro intorno alla piccola costruzione di 4 o 5 metri. Davanti e dietro vuota, senza porte. All'interno delle pietre tufacee poste sui lati a fare da sedili. Per entrarci dentro devi abbassare la testa. Gli uomini del neolitico dovevano essere pigmei. Non mi chiedo più come mai opere come questa non vengono protette in teche di vetro. I lastroni sembrano smangiucchiati, sgretolati, da millenni di agenti atmosferici. Vedo le facce dei camerieri di poco prima mentre ascoltano Mengoni. Be', ho la stessa faccia. Poi penso, chissà perchè si chiama Dolmen. Vuoi vedere che il termine ha ascendenze risalenti ad antenati angloamericani. E "men" vuol dire uomini e "dol" sta per dolore? Magari nello spostare questi lastroni devono essergli caduti sui piedi, ai malcapitati nenderthaliani, schiacciandoglieli e trasformandoglieli in pinne. Potrebbe essere la spiegazione della nascita dell'uomo di Atlantide. Magari mando una mail ad Alberto Angela. Meglio di no, non vorrei trovarmi in prima serata!