giovedì 23 febbraio 2023

Non vorrei trovarmi in prima serata

Non vorrei trovarmi in prima serata.


Pranziamo da Veleno, a Montalbano, un ristorante molto quotato in questi lidi brindisini. Vengono qui un po' da tutte le parti della Puglia. E' domenica e il ristorante si riempie. Entrando tutti i camerieri, il pizzaiolo, il patron, un personaggio dalla pancia prominente che sembra uscito dai fumetti di Andy Capp, stanno guardando la Tv. Ascoltano la canzone di Mengoni che ha appena vinto il festival di Sanremo. Ne stanno mostrando un estratto in Tv. Commentano fra loro. Uno dei giovani aiutanti di sala sta dicendo, canta la stessa canzone da 10 anni. Come se fosse una colpa indelebile, una macchia artistica. In Tv i commentatori parlano di trionfo, applausi e cotillons. Io sono uno che scrive e sono molto attento alle parole e le canzoni sono fatte di parole. Ad un certo punto nel testo della canzone, proprio nel passaggio che stanno mostrando in Tv, in quel momento, ascolto distintamente questo passaggio:


siamo un libro sul pavimento

in una casa vuota che sembra la nostra

il caffè col limone contro l'hangover

sembri una foto mossa

e ci siamo fottuti ancora una notte

fuori un locale

e meno male...


Si guardano tutti in faccia, lì all'ingresso del ristorante. Momento di silenzio. Si stanno chiedendo se hanno capito bene. Il paese non se lo chiede, credo. Il paese non si fa più domande da sempre. Credono a tutto quello che dice Mamma Tv. Mamma Rai. Ha vinto, l'hanno votato, quindi è bravo. E se fossero due uomini quelli che si sono fottuti? Non sarebbe stato Mengoni degno di un capolavoro di comunicazione da spy story? Per un momento penso ad un complotto gender fluid e non faccio parte del governo Meloni. Fuori un locale e meno male...Ci sediamo ad un tavolo per due, con mia madre. Ci servono un antipasto casereccio con i fiocchi ( non d'avena, quelli li lasciamo a Biden) e braciole d'asina. Fuori un locale e niente vegetariani.

 Durante tutto il pranzo alle spalle di mia madre c'è una coppia con una figlioletta seduta ad una sedia provvista di seggiolone. Il marito sta di fronte alla moglie che mi dà le spalle con la figlioletta. Lui dichiara di essere un ingegnere. Alla moglie. Forse non se n'era accorta. Poi fra un boccone e l'altro, l'ingegnere è una fabbrica di parole: spiega alla moglie come si è fatto un know how, descrive lo studio di un ingegnere, forse il suo studio. Infarcisce il discorso di termini aziendalesi inglesi e qualche intercalare barese. Gadda inconsapevole. La moglie ascolta o finge di ascoltare. Infila tra un input e un output in bocca alla bambina bocconi di braciola d'asina. L'ingegnere continua con il suo monologo. “ Anche perchè con quel lavoro che ho fatto, lo sai anche tu, mi hanno dato una miseria”, sta dicendo alla moglie. La moglie lo osserva. Quale lavoro? Gli chiede. Lui mangia un boccone. Poi comincia a spiegare di che lavoro si trattava. Un lavoro di alta ingegneria in una villa in un non meglio precisato luogo nei pressi di Monopoli. Le braciole d'asino nel suo piatto, stanno sedute, stanche di attendere di finire in bocca. Il fumo che viene dal piatto significa che stanno sbuffando. Ad un tratto la donna mette una mano nella borsa sulla sedia a fianco, tira fuori una pistola. Una luger. La punta sul marito e spara. Pezzi di cervello cadono nei piatti. La bambina ne agguanta un pezzo e se lo mangia. Ma si accorge che non sa di niente e lo sputa. Mia madre mi sta parlando di certi fiori che attirano la sputacchina, un insetto che porta la xylella agli ulivi e che piantati intorno agli alberi secolari potrebbero salvarli. Che stai pensando, mi chiede ad un certo punto. Niente, Ma', sto pensando ad un racconto di genere horror. Sorride. Poi mi chiede, cosa guardavano quelli all'entrata in Tv? Niente, Ma', guardavano Sanremo. Ah, Sanremo, non lo posso sentire. Se non vi dicessi che la frase è legata alla sua lieve ipoacusia potrebbe sembrare una velata critica all'evento più seguito degli italiani. Fate conto che non abbia scritto niente riguardo alla lieve ipoacusia di mia madre e sarà proprio così.

Dopo pranzo , in macchina, andiamo verso il Dolmen, una costruzione neolitica che risale a duemila anni prima di Cristo. Facciamo un po' di strade anguste nel borgo di Montalbano. Mi fermo per chiedere indicazioni ad un tizio sulla trentina che sta uscendo dalla sua auto appena parcheggiata. Si dilunga nello spiegarmi la strada mentre mia madre, seduta a fianco, mi sta dicendo che lei conosce la strada. Che c'è stata molte volte. Chiudo il finestrino dopo aver ringraziato l'Azienda Autonoma Vagante dell'automobilista appena incontrato. Lo so, faccio a mia madre, volevo parlare con qualcuno del posto, mi piacciono gli accenti. Ah, fa, e che ha detto? Non ho capito granchè, ma l'accento era musicale. Proseguiamo, due incroci, due tratturi fra gli ulivi e troviamo il Dolmen. Come arrivarci è molto ben segnalato dai cartelli stradali. Con la macchina mi fermo vicino ad una casa di campagna, in mezzo ad un uliveto. Mia madre resta in macchina. A fianco alla casupola, in mezzo gli ulivi, c'è questa casetta costituita da tre lastroni di pietra tufacea. Due sono le pareti laterali e un'altra il tetto. Come faccia a stare in piedi è un miracolo di ingegneria. Mi verrebbe da tornare e chiedere all'ingegnere del ristorante. Se è ancora vivo! Giro intorno alla piccola costruzione di 4 o 5 metri. Davanti e dietro vuota, senza porte. All'interno delle pietre tufacee poste sui lati a fare da sedili. Per entrarci dentro devi abbassare la testa. Gli uomini del neolitico dovevano essere pigmei. Non mi chiedo più come mai opere come questa non vengono protette in teche di vetro. I lastroni sembrano smangiucchiati, sgretolati, da millenni di agenti atmosferici. Vedo le facce dei camerieri di poco prima mentre ascoltano Mengoni. Be', ho la stessa faccia. Poi penso, chissà perchè si chiama Dolmen. Vuoi vedere che il termine ha ascendenze risalenti ad antenati angloamericani. E "men" vuol dire uomini e "dol" sta per dolore? Magari nello spostare questi lastroni  devono essergli caduti sui piedi, ai malcapitati nenderthaliani, schiacciandoglieli e trasformandoglieli in pinne. Potrebbe essere la spiegazione della nascita dell'uomo di Atlantide. Magari mando una mail ad Alberto Angela. Meglio di no, non vorrei trovarmi in prima serata!










 

martedì 21 febbraio 2023

Le civette impossibili

 


Le civette impossibili


In treno a Milano. Parto per la Puglia. Avevo comprato alla libreria Feltrinelli Express, qui in Stazione Centrale, “Queer”, di William S. Burroughs. Il cassiere delle Feltrinelli dopo che avevo pagato, mi dice, buon Burroughs, grande scrittore. Ho letto quasi tutto, gli dico. E' tutto buono, Burroughs, tutto, replica. Sorride come Joker, pazzamente. Mi saluta.


Sul treno, un Frecciarossa, salgo con calma. Non c'è la solita scia di persone che assalta il treno come la diligenza della vita. Come se rischiasse di non trovare posto. Salgo con calma con il mio trolley rosso fuoco. Carrozza 7, posto 13 d. E' una di quelle carrozze aperte con tavolini a libro davanti a 4 posti due di fronte agli altri due. In tutto una ventina di posti. Metto il bagaglio nel porta bagagli in alto e siedo comodamente. Mi ero tolto il giubbotto verde militare che era stato di mio padre ( mi piace indossarlo, mi dà sicurezza), lo piego e lo metto a fianco al trolley. Scompartimento semivuoto. Passano alcuni passeggeri diretti verso altri vagoni-sono saliti sulla prima carrozza del treno, magari temevano che partisse senza il loro prezioso carico-. Resto solo. A questo punto si approssimano tre passeggeri che manovrano fra bagagli e carabattole prima di sedersi. Una donna avanti con gli anni, bionda, occhiali spessi come fondi di bottiglia, ravana nel suo zainetto lamentandosi di aver scordato un libro che stava finendo di leggere. Parlava di alcune donne che raccontavano le proprie vite. Rovista ancora nervosamente nello zainetto, ma proprio non lo trova, il suo libro. Al suo fianco un uomo, sulla sessantina, giacca blu, pantaloni blu, maglioncino che lascia sporgere il collo di una camicia bianca, scarpe di cuoio di ottima fattura. Probabilmente il marito della signora che ha dimenticato il libro. Poi, dietro di loro, sopravviene un tizio, sui 40 anni, semiobeso, occhialuto ( bella montatura, come di tartaruga, in sintonia con le sue movenze). Mentre la signora tira fuori un pacchetto regalo non capisco bene per chi, il tizio panciuto, barba incolta blasè, guizza su con una vocina da soprano, oh che bello, oh che bello, oh che bello. Poi si volta. E mi osserva. Forse per imbarazzo. Io con occhiali da sole a specchio sono immerso nella lettura di Burroughs. Lo guardo appena in tralice. Lui e la donna continuano a parlare con eloquio forbito e affettato. Beh, fa lei, ho scordato il libro, mi vedrò un film, che posso fare. L'uomo brizzolato in blu tira fuori da qualche parte una copia del Corriere della Sera. Continuano a parlare, Ricevo una telefonata da Synthia. Lo squillo lo disturba visivamente. L'uomo che fa di tutto per far notare il suo fastidio continua a conversare con i suoi due compagni di viaggio. Parlano di musei. Forse lavorano nel ramo. Il background , c'è: vera copia cartacea del Corriere della sera. La signora e il più giovane, continuano a parlare. Parlano di un museo che gestiscono in centro, a Milano. Vogliono organizzare delle mostre in Puglia. A Trani, mi pare di capire. Squilla ancora il cellulare. Il brizzolato mi fulmina con lo sguardo. Dev'essere che lo squillo di un cellulare dà più fastidio che discutere di mummie, deduco. Non sono informato sulle regole del bon ton ferroviario. Il giovane posa un portatile sul tavolino di fronte e lo apre. Comincia a parlare di lavoro con la donna. Il brizzolato in blu scorre le pagine del Corriere. “Cava, hai chiuso il gas pvima di uscive?” Fa civettuolo verso la moglie. Squilla un altro cellulare. Il brizzolato mi guarda in cagnesco. Poi si accorge che non è il mio. Io lo guardo e sorrido. A volte non devi dire niente per incorrere nel comico. Basta aspettare. E' il karma dei perbenisti. Le regole valgono per gli altri. Li ucciderebbero perchè rispettino le regole...ma in quanto a loro...si danno un ampio beneficio dell'inventario. L'uomo col salvagente incorporato si dà da fare nella conversazione. La donna deve essere una specie di suo capo. Con il pc portatile aperto davanti parla di organizzare delle guide al museo coinvolgendo delle scuole. Parla di action plane. Infarcisce di termini inglesi. Il brizzolato nel frattempo è immerso nella lettura del Corriere, proprio come seppellito nelle notizie. Tutte le volte che El gordo dice action plane le mummie egizie perdono un pezzo che si trasforma in sabbia. Ma lui non lo sa. Il brizzolato riceve una telefonata e , CAZZO, ha la suoneria anche lui. Lo guardo ridendo, proprio sghignazzando. Lui incassa il colpo e distoglie lo sguardo. Anche El gordo riceve una telefonata. Ha il pc portatile aperto, il cellulare in azione, la cerniera dei pantaloni aperta. Non trovo una relazione fra tutte queste cose. Burroughs cosa direbbe, osservando fuori dal finestrino, deserto, cactus e avvoltoi? El Gordo brevetta un nuovo metodo di termoregolazione! Il brizzolato termina la sua telefonata. Mi osserva fintamente di sfuggita con odio. E il bello è che io sto scrivendo di loro, dipingendoli con la penna. Come se stessi facendo il loro ritratto. Solo con le parole. Cosa avrà mai da scrivere così tanto quel tizio? E su un quaderno a quadretti, poi. Sicuramente non lo chiamerà mai un museo, sto dozzinale...

Sorrido mentre scrivo queste cose. El gordo riceve un'altra telefonata. Sta combinando una degustazione al museo, di vini, per San Valentino. Su prenotazione e con visita guidata. Mentre combina questi appuntamenti al telefono, mette una mano in una borsa che ha poggiato sul sedile che ha di fianco. Tira fuori un cioccolatino e lo fa scomparire in bocca avidamente. Ha un po' la voce da checca, lo devo dire. “ La sfida, cocca, dice al telefono, è quella di costringere il tuo ragazzo a venire da noi al museo per il giorno di San Valentino”. Il cara, il cocco, la gioia e i tesoro, sono ormai sdoganati, nel linguaggio comune, e si sente il bisogno di “eccheccazzo!” Le donne lo richiedono, ormai. Il brizzolato ha passato il Corriere alla moglie. Non il pacchetto azionario, la copia del giornale. Ha tirato fuori dal trolley firmato Tutankhamon, un libro. Il brizzolato sta leggendo “Le civette impossibili”, di Brian Phillips. Mai letto niente di questo scrittore. Spero che rispetti l'Amazzonia e si impegni a pubblicare libri così importanti da giustificare l'abbattimento di alberi per farne carta. Leggo sul mio telefonino la sintesi di “Le civette impossibili”. L'autore sembra uno che viaggia molto e racconta le sue vicende che vanno dalle tigri della Malesia alle diete dei sumotori. Il brizzolato deve essere un lettore archetipico di questo tipo di autori. Uno che spolvera teche e intorta visitatori con eloquio cimiteriale ha bisogno di azione, di viaggiare con la mente perchè il suo corpo è a leasing con un imbalsamatore egizio.


Qualche ora dopo il brizzolato, con la moglie, muovono verso il bar ( due carrozze più avanti), mentre El gordo prende dalla sua borsa posata a fianco un pezzo di focaccia lumperproletaria. Anch'io vado verso il bar. Dove ritrovo i nostri amici del museo in coda al bar per un paio di tost e di lattine di acqua minerale gasata. Si siedono a lato carrozza bar e consumano i loro tost con la faccia rivolta fuori dai finestrini dietro i quali si scorgono capannoni industriali dell'Emilia Romagna. Mentre sono in coda con vari altri passeggeri, la maggior parte dei quali giovani impazienti in attesa spasmodica succogastrica da algebra del bisogno ( Burroughs c'entra sempre), lui, il brizzolato, con discrezione, dall'alto dei suoi due metri , come un'Himalaya umana con le vette tricologicamente innevate, si avvicina all'omino del bar -che è un anziano che assomiglia ai vecchietti alcolizzati dei film western con John Wayne-e, sempre con discrezione gli chiede di provvedere ai caffè inclusi nel menu fisso di 7,50 euro. Io nel frattempo prendo una birra e una confezione di acqua tetrapakkata ( e Gadda muto). Mentre ritorno al mio scompartimento seguendo gli amici del museo, mi chiedo perchè non viaggino in prima classe. La prima classe è una cosa da parvenus, dozzinale, “pev un viaggio così bveve, cava, non ne valeva la pena!...Ca va sans dire che non pagava il museo, cava”...


Maxirotolo di carta igienica

  Maxiconfezione di carta igienica. Ci sono delle emergenze, nella vita, certo ognuno ha le sue. A me è successo di rendermi conto che og...